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sabato 17 novembre 2018
giovedì 15 novembre 2018
Letteratura, criminalità e delitti mafiosi al Caffè letterario
Apre i battenti la
settima edizione del Caffè letterario, organizzato dal Centro sociale anziani di
Cetraro. Il delitto costituisce il filo conduttore delle conversazioni letterarie
che saranno coordinate da Gaetano Bencivinni e che riguardano i romanzi “Delitto
e castigo” di Fëdor Dostoevskij e “A ciascuno il suo” di Leonardo Sciascia. Il primo appuntamento è fissato per il 19
novembre prossimo, alle ore 18, nella sede del Centro, la serata conclusiva si
svolgerà il 3 dicembre. Il Caffè
letterario ospiterà il 26 novembre il critico d’arte Carlo Andreoli che tratterà
il tema “Palazzi e gente di Cetraro”. Il tema del delitto è di bruciante
attualità in una regione come la Calabria, pesantemente segnata dai tanti atti
malavitosi prodotti dall’azione devastante della ‘ndrangheta. Il Caffe
letterario sarà l’occasione per riflettere sulle motivazioni che spingono al delitto
e sul contesto socio- culturale in cui avvengono i delitti mafiosi. In questa
ottica, Bencivinni farà un’analisi dei contesti sociali in cui i fenomeni
malavitosi si diffondono, con i riflettori accesi sul contesto culturale siciliano
in cui avvengono i delitti mafiosi che attraversano la narrazione del romanzo
di Sciascia “A ciascuno il suo”. Una tematica che consentirà anche di puntare
il dito sulle tante violazioni di regole che purtroppo caratterizzano la Calabria,
il Tirreno cosentino e a città di Cetraro. Sono previsti conversazioni
letterarie che saranno animate dalla scelta interattiva che caratterizza
l’evento del Caffe letterario, aperto agli interventi a dei partecipanti.
Tiziana Ruffo
lunedì 12 novembre 2018
martedì 6 novembre 2018
Un tuffo tra raffinate suggestioni
Un intellettuale di Cetraro a Bologna si muove tra le pieghe
dell’anima dell’ultimo Vicario benedettino
Una rete di
suggestioni teologiche, storiche, filosofiche, lascia intravedere tra le sue
maglie la storia dell’ultimo Vicario
benedettino e la vita di un feudo del Sacro Monastero negli anni a cavallo tra
il XVIII ed il XIX secolo.
Il Vicario
si pone le domande dell’uomo di sempre, arrovellato dalla paura della morte:
cosa dopo la morte? Qual è, dove è la verità? La realtà è oggettivamente
percepibile o è solo illusione? Come estirpare il dolore? La scrittura, l’arte,
hanno funzione catartica come la tragedia greca?
Questi gli
interrogativi del romanzo di Enzo Pellegrino Come un’ombra d’amore. Memorie dell’ultimo vicario.
Scrittura e arte come catarsi
No! Al
nostro Vicario non serve la scrittura per fugare angosce e fantasmi che lo tormentano tutte le notti. Il fantasma di
Marta, la donna amata nella giovinezza, i dubbi della fede, il desiderio di
morte come muore una mosca nella soffice
coltre di ragnatela.
Nel caos del
mondo non riesce ad usare la penna come un bisturi per estirpare il grumo
angoscioso che lo soffoca.
A fare chiarezza
in se stesso, a purificarsi non serve neppure l’arte al nostro vicario. La
copia del Cristo crocefisso di Grunewald, figura
pustolosa e sanguinante, urlante, contorta come un tronco d’albero divelto
dalla bufera, non lo purifica dagli stati emotivi che lo opprimono.
Consumatum est. Anche per me questa lenta agonia di residua esistenza : dilagante
tramonto che dispera nell’alba.
No, il
nostro vicario, chiuso nel cerchio di se stesso, non coglie il senso della
croce, segno di vita e speranza di salvezza
e invito a prendere su di sé la croce della propria vita. Non può
cogliere il messaggio della croce di Cristo perché non riesce ad accettare se
stesso, il negativo che c’è dentro di sé, la sua ombra, gli aspetti della natura istintiva, che non ha vissuto
perché incompatibili con la vita che ha
scelto.
L’ombra non riconosciuta e accettata lo
minaccia, non è fonte di nuova energia.
Trasferire
sulla tela l’ansia del cuore ha solo una volta tacitato le voci , suo tormento
notturno.
Un po’ come fra’ Tommaso
Illuminante
l’immagine finale de Il visconte
dimezzato di Italo Calvino. Il Buono e il Gramo, le due metà separate di Medardo Visconte di Terralba,
diviso in due in una guerra contro i turchi,
lottano all’ultimo sangue e, quando il loro sangue si mescola, e il
dottor Trelawney fa di due un corpo solo, continuano a lottare tra la vita e la
morte, ma infine diventano “un uomo intero , né cattivo né buono , un miscuglio
di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello ch’era prima
di esser dimezzato. Ma aveva l’esperienza dell’una e dell’altra metà rifuse
insieme, perciò doveva essere ben saggio.”
Un uomo
intero, capace di forti passioni, di lottare per ciò in cui crede e che ama, che ha individuato il proprio
progetto di vita e lo segue, che talvolta tentenna, ma va fino in fondo.
Un po’ come
fra Tommaso, mingherlino e allampanato
fraticello di Sceuza che quando tuona dal pulpito, anche le colonne dell’abside
tremano e gli animi dei bifolchi s’infiammano. La proprietà è un furto, la ricchezza causa di malcostume, tuona dal
pulpito il meschinello . I frutti son di tutti e la terra di nessuno.
Di lui il
vicario invidia la determinazione e la vis oratoria. A fronte dei dubbi che
l’affliggono credere in un progetto,
ancorarsi a una idea, così, senza il tarlo del dubbio, nutrire una passione
forte, avere uno scopo preciso, insomma qualcosa per cui valga la pena
combattere rischiare tutto, persino la vita … Come avrebbe dovuto fare con
Marta l’amore della sua giovinezza , tormento e rimorso della sua esistenza. … E predicare dal pulpito verità e certezze.
Ma la verità dov’è, cos’è?
Ma la verità dov’è, cos’è? chiede a padre Norbert, un pozzo di
saggezza, che parla per metafore e
parabole e legge i libri proibiti che vengono dalla Germania.
E’ una
questione di punti di vista, risponde. Non esiste la verità, ma tante verità .
Strano modo di risolvere il problema da parte di un monaco cristiano!
E’ la
risposta di un filosofo, ma filosofia e religione possono camminare insieme, ma ad un certo punto le loro strade si separano. La
religione va oltre, propone sempre un messaggio ed un itinerario di
salvezza che coinvolgono tutta la vita
dell’uomo.
Non possono
stare insieme il filosofo e l’apostolo. L’apostolo non può accettare che ci sia
il nulla dopo la morte.
L’apostolo Paolo, accanito e crudele persecutore dei
cristiani, è tra coloro che approvano
l’uccisione di Stefano il quale , prima di morire, ripercorre la storia della
salvezza con le parole della Legge e dei
profeti, e Saulo non resiste alla sua sapienza ispirata.
“Dio vi farà
sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me… I vostri padri
uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora
siete divenuti traditori e uccisori” ( At 7) .
Nell’andare
a Gerusalemme, dove conduce in catene
uomini e donne cristiani, sulla via di Damasco
lo avvolge una Luce dal cielo, cade a terra insieme a tutte le sue
certezze. Reso umile, può finalmente ascoltare
la voce di Gesù. E’ disorientato. Non è facile assistere al crollo di
tutte le sue certezze. Rimane tre giorni senza vedere e senza prendere cibo né
bevanda. E’ in lotta. Finalmente ancora l’intervento dall’Alto fa cadere le
squame dagli occhi. Vede, risorge a
nuova vita,rilegge la Scrittura alla luce della risurrezione e proclama e annuncia: Gesù è figlio di Dio. “A
noi è stata mandata questa parola di salvezza … la promessa fatta ai nostri padri
è compiuta” ( At 13).
Ma il
relativismo non può acquietare i dubbi e
gli interrogativi del Vicario. Il nostro Vicario dispera
nell’alba. C’è un altrove o l’assoluto nulla? Il dubbio continua a roderlo
come un tarlo. Il nulla o una soffice
ragnatela in cui abbandonarsi fiducioso?
Per Artù, il cavallo tanto amato, scrive
questa lapide Bestia generosa e fiera,
risucchiata nella ragnatela a dispetto del Nulla …
Strappare il velo di Maya che incanta e
inganna, potrebbe portare il vicario alla conoscenza del vero mondo, occultato
da un velo, e strappare così il dolore.
La vita del feudo
Solo
l’affaccendarsi per il governo del feudo
allontana di giorno i fantasmi e l’aiuta a vedere se stesso e il mondo intero
per quello che realmente siamo: un
groviglio di intrighi e di anime perse, senza speranza di salvezza, senza un
briciolo di verità.
Briganti nelle campagne, un
vascello pirata alla punta del capo, due morti ammazzati alla Mortella, clerici
vagantes, che insufflano eresie, tasse da riscuotere e processi da istruire de
stupro et raptu o propter impotentiam coeundi … confratelli inaffidabili e
litigiosi , servi nell’animo, figli cadetti in cerca di un beneficio e qualche
masnadiero convertitosi all’uopo per sfuggire alla giustizia regia …
Ma ciò non
rende conto della vita che qui realmente
si è svolta e ancora si svolge nel feudo: tanti mastri artigiani, funari e
canapari, carpentieri e forgiari, muratori, scarpari, marinai e pescatori. E
anche mastri trattori che dal bozzolo ricavano la seta, portata poi con le
tartane alle soavi maestà d’altri regni.
L’abominio della Croce
Gli
interrogativi del Vicario, non si fermano. Perché l’abominio del sangue innocentemente versato?
La risposta
è nella Croce suggerisce l’anacoreta. Il Crocifisso verrà glorificato. Questa
l’incrollabile fiducia del credente in Dio che alla fine dei tempi “tergerà
ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né
affanno, perché tutte le cose di prima sono passate” (Ap 21, 3s).
L’irruzione della Storia nel
feudo
Ma ecco che la storia irrompe nella vita del feudo
del Sacro Monastero e lo scardina: gli echi del pensiero illuminista, la rivoluzione del’99, la carneficina
dell’esercito della Santa Fede, poi i moti per ottenere la costituzione o
l’indipendenza …
Saranno le iene e gli sciacalli,
sedicenti rivoluzionari, ad affondare gli artigli nelle terre del Sacro e Regio
Monastero, pensa il Vicario.
Sciacalli, lupi famelici … Si
spacciano per rivoluzionari, si fanno chiamare costituzionalisti o repubblicani
o monarchici, non si sa bene, ma sono soltanto iene e sciacalli. Gli fa eco fra’ Tommaso.
Anche voi.. ribatte il Vicario. Io parlavo di pane e giustizia, di terra e
libertà, che sono cose concrete …
Il fantasma di Marta
Intanto
nella vita del Vicario sembra materializzarsi il fantasma di Marta nelle vesti
di Giulia, la figlia, che tanto gli
somiglia.
Mio vecchio Vicario, quando
aprirete questa busta, forse io non sarò più …
Lo scritto di Marta lo mette faccia a faccia con l’ombra che aveva così
bene occultata dentro di sé: indolente, pigro, obbediente solo a se stesso,
incapace di assumersi troppe responsabilità, sempre pronto a camuffare con astuzia, gabellando per dubbio ciò che era solo pigrizia.
Le lettere
ingiallite di Marta disegnano la parabola discendente dell’ultimo Vicario. Prima
carismatico predicatore di speranze e resurrezioni, poi confessore insofferente
e indifferente dispensiere di assoluzioni
rapide e penitenze lievi, infine predicatore del Nulla.
La vita, una
conchiglia vuota fatta di solitudine,…
un triste sentiero di cipressi
nebbiosi, inutili giavellotti con la pretesa di bucare il cielo costretti nel
soffocante abbraccio della terra.
Sembra fargli eco Marta in una lettera ingiallita.
Come
in un palcoscenico
Le elucubrazioni del vicario prendono corpo e
irrompono davanti a lui come in un palcoscenico.
Il
peripatetico, che discetta sulla sofferenza del Cristo sulla croce. Se noi
crediamo in un Dio Uno e Trino, allora sulla croce ha sofferto ed è morto Dio stesso. Questa concezione, che è stata condannata dalla Chiesa, arrovella la sua mente. “ No sulla croce, non
è morto Dio stesso, il Padre , afferma il teologo svizzero Hans Kung, ma il Messia e il Cristo di Dio,l’Immagine,
la Parola e il Figlio di Dio”. Il Figlio di Dio”fu crocifisso nella sua
debolezza, ma vive per la potenze di Dio”(2Cor 13,4). Di fronte al dolore dell’innocente, Kung suggerisce la teologia del silenzio e
cita “la lapidaria parola della
Scrittura che chiude il racconto della morte dei due figli di Aronne uccisi dal
fuoco di Dio: “E Aronne tacque”( Lv 10, 3).
Il
rappresentante dei santi che ha nel suo catalogo non il San Benedetto con
mitria e pastorale simboli di una Chiesa
trionfante, legata al potere e potere essa stessa, ma un vecchio calvo, penitente, con barba lunghissima,
scavato in volto.
Epilogo
Nell’epilogo della sua vita l’ultimo Vicario intesse
un ultimo dialogo con Marta :la paura, il rimpianto per la vita sprecata e i fantasmi che lo attanagliano di notte. La
difesa? Convivere con la propria ombra, suggerisce Marta. Il fantasma di Marta sparisce e il Vicario
recita le parole dell’apostolo “Senza la misericordia di un Dio, nessuno si
riscatta dal suo passato”.
Con una preghiera al Dio onnipotente, clemente, misericorde si
conclude la vicenda terrena dell’ultimo Vicario. Che gli sia vicino, gli sia
compagno nella solitudine di cui la morte si avvolge.
Rosa Randazzo
martedì 19 giugno 2018
Premio Losardo. Il messaggio di Drew Sullivan
Jan Kuciak era un
giovane giornalista la cui scomparsa è stata tanto più tragica perché ci ha
privato dei molti anni di grande lavoro che avrebbe ancora fatto. Quello che lo
ha ucciso, tuttavia, è molto antico: è il legame tra leader corrotti e crimine
organizzato. Questo è un morbo contro il quale dobbiamo ergerci e combattere.
Jan lo stava facendo silenziosamente. Silenziosamente ma senza sosta. Dobbiamo
prendere ad esempio anche noi quella stessa silenziosa determinazione
Drew Sullivan
Jan Kuciak was a young journalist
whose death is all the more tragic because we have been deprived of the many
years of great work he would have done. What killed him however is very old:
the nexus of corrupt leaders and organized crime. This is a disease we must stand
up to and fight. Jan was quietly doing that. Quietly but relentlessly. We must
have that same quiet resolve.
Drew Sullivan
lunedì 18 giugno 2018
Premio Losardo. Il messaggio di Domenico Fiordalisi, consigliere di Cassazione
Carissimo
Professor Bencivinni
Un impegno indifferibile con i Colleghi in Cassazione mi impedisce di essere,
come ogni anno, presente fisicamente accanto a Lei ed a tutto il “Laboratorio
Losardo”.
Spesso si sottovaluta l’importanza di assistere ad un processo nella qualità di
semplici cittadini che fanno parte del pubblico; Carnelutti diceva che il
principio della pubblicità del dibattimento si spiega soltanto in quanto si
riconosce al “pubblico”, che ha diritto di assistere al processo, la qualità
(in senso lato) di “parte”.
Nei processi che scrivono le pagine più significative delle vicende criminali
di un territorio, allora, siamo tutti coinvolti da una responsabilità: seguire
direttamente o a mezzo della stampa ogni aspetto, ogni dettaglio e cercare di
capire.
Il pubblico svolge un ruolo insostituibile, anche quando in silenzio e con
rispetto ascolta, perché comunque è “presente” in quel processo e il più delle
volte preme con la sua attenzione, col suo desiderio di verità e giustizia,
contro la sottile barriera di legno che lo divide dal giudice.
Auguro di cuore la migliore riuscita di questo incontro a tutti i partecipanti
ed a Lei Professore Bencivinni che guida sempre con forza e intelligenza il
nostro impegno culturale, costruendo così un pezzo fondamentale della storia
della società civile calabrese, nel Laboratorio Losardo.
Domenico
Fiordalisi
domenica 17 giugno 2018
Premio Losardo. Il messaggio di Raffaele Losardo
Caro Gaetano,
ho lavorato intensamente fino a
pochi minuti fa e, come ti avevo anticipato, per via di questi miei gravosi
impegni di lavoro, non ancora portati a conclusione, non mi è possibile
intervenire personalmente alla manifestazione del sedicesimo “Premio Losardo”,
alla quale mi avevi, come sempre, cortesemente e amabilmente invitato.
Non rinuncerò a farti avere, come
da tua richiesta e come ti ho promesso, almeno un mio messaggio di saluto ai
presenti.
Ai quali risparmierò di rivolgere
un pesante e lungo “sermone” (e non avrei neppure titolo per farlo), cosicché
esonererò anche te dal dover intervenire (in punta di forbice o, peggio ancora,
a colpi d'accetta), per riportare la lettura che vorrai dare delle mie
esternazioni entro dimensioni accettabili ed adeguate ai tempi della serata da
te organizzata.
Oltretutto credo che in generale
non sia tempo di “sermoni”, ma è tempo di iniziative e manifestazioni concrete.
Permettimi allora di chiedere al
tuo pubblico di alzarsi in piedi e di rivolgere un pensiero di commossa
solidarietà ai familiari del giovane sindacalista Soumayla Sacko, venuto dal
Mali per lavorare nelle nostre campagne e ammazzato a colpi di fucile, mentre
stava aiutando suoi compagni di lavoro a vivere in maniera appena decente!
Permettimi, ancora, di esprimere la mia solidarietà al sindaco di Riace, Mimmo
Lucano “Capatosta”, che sebbene inquisito continua ad occuparsi dei migranti,
con iniziative meritorie di accoglienza ed integrazione, che hanno contrastato
sul piano concreto le 'ndrine che in Calabria si arricchiscono sulle loro
spalle! Permettimi di dire che non comprendo perché ci si dilanii tra alcuni
che dicono che bisogna accogliere degnamente le centinaia di persone, che
fuggono dalla disperazione delle guerre (alcune delle quali foraggiate anche da
noi o sostenute dalla nostra industria bellica) e della miseria (di cui sono
responsabili anche le politiche predatorie di alcune aziende “made in italy”),
altri che sostengono che invece occorre aiutare i migranti a casa loro ed altri
ancora che dicono che i migrati che arrivano devono essere equamente
distribuiti tra tutti i paesi dell'Unione europea.
Né comprendo perché si
disputi tra chi giustamente teme che la gente che arriva nei barconi sia
abbandonata a se stessa o risospinta nei lager libici dai quali fugge e chi
altrettanto giustamente dice che bisogna combattere i criminali scafisti, che
lucrano sul traffico dei migranti; o ancora tra chi invoca la mano pesante
nei confronti degli approfittatori (tipo “mafia capitale”, per intenderci) e
vuole fare fuori le false ong che operano come vicescafisti e chi vuole che sia
data una mano a quelle benemerite organizzazioni, che aiutano ogni giorno a
salvare vite umane. Perché su queste cose ci si divide, invece di assumerle
come obiettivi di una unica politica, tesa ad assicurare la vita e la dignità
di tutti?
Permettimi infine (e chiudo
davvero) di chiedermi anche - in queste ore nelle quali la nave Aquarius è
ancora in navigazione in attesa di sbarcare in un porto sicuro il suo carico di
sofferenze – perché mai dobbiamo assistere in questa vecchissima Europa al
rimpallo delle responsabilità e delle accuse reciproche tra i vari premier di
stati e nazioni (Italia, Malta, Francia, Spagna, Austria, Germania, Ungheria e
via dicendo), senza che a nessuno venga in mente di rialzare come una bandiera
il grido di sdegno con il quale Don Milani, rivolgendosi ai cappellani
militari, esecrava i nazionalismi: <<Se voi però avete diritto di dividere il
mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho
Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un
lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri
i miei stranieri.>>
A tutti un caro
saluto.
Raffaele
Losardo
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