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martedì 12 giugno 2018

PREMIO INTERNAZIONALE GIOVANNI LOSARDO


Legalità. Non proclama, ma stile di vita
Appuntamento tra i più attesi della nostra regione per l'attualità dei temi e la presenza di personalità di spicco nel panorama culturale, sociale ed istituzionale del Paese,  il Premio Internazionale Giovanni Losardo torna il 16 giugno alle ore 19  presso la Sala convegni del Palazzo comunale di Cetraro.

In quella  che sarà la sedicesima edizione, la giuria competente del Laboratorio Sperimentale intitolato a Giovanni Losardo, presieduto dal prof. Gaetano Bencivinni, ha assegnato  il riconoscimento per la sezione Giornalismo, di cui è responsabile Filippo Veltri, alla memoria del giovane reporter slovacco  Jàn Kuciak assassinato il 22 febbraio scorso, autore di scottanti inchieste anche incentrate sui loschi traffici internazionali della ‘ndrangheta.

 Nella sezione che premia gli Autori, di cui è responsabile Arcangelo Badolati,  saranno insigniti Francesco Caravetta professore, storico e studioso di antropologia, esperto, in particolare, di malavita cosentina, per il suo libro " Il patto infame – l'antica mafia della Riviera dei Cedri", ed Enzo Infantino, da tempo impegnato in difesa dei diritti umani e volontario in numerose missioni all’estero, dalla cui esperienza è nato il libro   “Kajin e la tenda sotto la luna. Storia di rifugiati siriani in territorio greco”, scritto insieme alla docente e giornalista Tania Paolino.

Sarà inoltre riconosciuto il Premio per la Sezione Impegno sociale e Legalità a monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio,  per il suo operato sempre accanto agli ultimi.

Interverrà infine il professor Francesco Forgione, politico e docente universitario già premiato nel 2010, al quale sarà consegnata la pergamena di socio onorario del Laboratorio Losardo.

Alla serata, coordinata da Francesca Villani, saranno presenti per le istituzioni il sindaco di Cetraro Angelo Aita, il presidente della Provincia di Cosenza Franco Iacucci,  il presidente della Commissione  Regionale Bilancio Giuseppe Aieta, l'assessore regionale alla cultura Maria Francesca Corigliano ed il Presidente della Regione Calabria Gerardo Mario Oliverio.

Cancellare è compito del tempo, ricordare è compito dell’uomo.


Laboratorio Losardo

venerdì 25 maggio 2018

La giuria del Premio Internazionale Giovanni Losardo rende noti i nominativi dei vincitori


E’ già definita l’organizzazione della sedicesima edizione del Premio internazionale Giovanni Losardo, che quest’anno si terrà il 16 giugno alle ore 19.00, a Cetraro nella sala convegno del Palazzo comunale Silvio Lopiano. L’evento è organizzato dal Laboratorio Losardo, presieduto da Gaetano Bencivinni, con il patrocinio della regione Calabria. 

La giuria ha già reso noto i nominativi dei vincitori.  Per la sezione autori, di cui è responsabile Arcangelo Badolati, saranno premiati Francesco Caravetto, Enzo Infantino e Tania Paolino. Per la sezione giornalismo, di cui è responsabile Filippo Veltri, il Premio sarà assegnato alla memoria al giornalista slovacco Jàn Kuciak, assassinato il 22 febbraio 2018. Per la sezione Impegno sociale e Legalità, di cui è responsabile Fernando Caldiero, sarà premiato il vescovo di Cassano allo Ionio, Mons. Francesco Savino. È prevista anche la consegna della   Pergamena di socio onorario del Laboratorio Losardo a Francesco Forgione, che ha già ricevuto il Premio Losardo nel 2010.  

Un appuntamento culturale che consentirà anche quest’anno di approfondire le complesse tematiche che riguardano il fenomeno della criminalità organizzata che continua a rappresentare la principale emergenza del territorio, nonostante i duri colpi inferti al clan Muto dalle operazioni delle forze dell’ordine e della Dda di Catanzaro. 

Il ricordo di Giovanni Losardo, assassinato dalla mafia il 21 giugno del 1980, continua a rappresentare un momento di riflessione su quei tragici anni ’80, che avevano trasformato Cetraro in un vero e proprio Far West con una conflittualità omicida e con atti di violenza di inaudita gravità, che avevano sconvolto una cittadina, tradizionalmente tranquilla. 

Tra le vigorose risposte del movimento democratico cetrarese spicca il Premio Losardo, che ormai si è trasformato in un evento di prestigio internazionale, avendo incluso tra i premiati, nel corso delle varie edizioni, criminologi provenienti dalla Francia e dalla Slovenia. In questa occasione, ad essere premiato alla memoria è dunque Ján Kuciak, giornalista investigativo slovacco.  Le sue indagini erano incentrate sulla gestione di fondi strutturali dell'Unione europea nel suo paese. Tra le sue ultime investigazioni prima dell'omicidio, Kuciak stava lavorando su una probabile connessione tra il governo slovacco e la 'Ndrangheta.

Tiziana Ruffo

lunedì 21 maggio 2018

PREMIO INTERNAZIONALE GIOVANNI LOSARDO


Il 16 giugno alle ore 19.00 a Cetraro nella sala convegni del Palazzo comunale Silvio Lopiano si terrà la XVI edizione del Premio Internazionale Giovanni Losardo.

PREMIATI

Sezione Autori: Francesco Caravetta, Enzo Infantino e Tania Paolino

Sezione Giornalismo: alla memoria al giornalista slovacco Jàn Kuciak, assassinato il 22 febbraio 2018

Sezione Impegno sociale e Legalità: Vescovo di Cassano allo Ionio S.E. Mons. Francesco Savino

Pergamena di socio onorario a Francesco Forgione, già Premio Losardo 2010


Giuria del Premio


martedì 15 maggio 2018

Il caso Losardo al centro di un incontro con gli studenti


Si è registrato un notevole bisogno di conoscere le tragiche vicende degli anni ’80, avvenuti a Cetraro con l’assassinio di Giovanni Losardo nel confronto che il Laboratorio Losardo ha tenuto nell’aula magna di licei di Cetraro nell’ambito del percorso formativo sulla legalità, dedicato alla conoscenza delle dinamiche malavitose che hanno prodotto ben undici omicidi negli anni ’80 e che continuano ancora oggi ad esercitare un pesante condizionamento delle attività commerciali e produttive. Le nuove generazioni, particolarmente esposte alle sirene della malavita organizzata in un contesto sociale fortemente condizionate dalla disoccupazione e dall’assenza di opportunità di sviluppo, hanno seguito con notevole attenzione il cortometraggio “Delitto impunito” di Daniele Maltese, dedicato alla memoria di Losardo, da cui sono emersi notevoli spunti di riflessioni sulla mafia di ieri e di oggi. “Se negli anni ’80, ha sottolineato il presidente del Laboratorio Losardo, Gaetano Bencivinni, la mafia ha sparso terrore nella città attraverso forme di violenza inaudite, oggi la strategia della criminalità è cambiata. Si sono ridotti gli aspetti delittuosi appariscenti e si è puntato invece con successo al traffico di stupefacenti ed attività illegali che continuano a condizionare la vita sociale ed economica della città. Se il nostro retroterra è ricco di piantagioni di marjuana, se prolifera lo spaccio e il consumo di stupefacenti, tutto ciò sta a confermare la vitalità della malavita e la necessità di adottare le contromisure adeguate senza abbassare la guardia”. In questa ottica, come ha ribadito Bencivinni, il Premio internazionale Giovanni Losardo che celebrerà la sedicesima edizione il 16 giugno prossimo, continua a rappresentare un momento di riflessione e di approfondimento conoscitivo della ’ndrangheta, “vero cancro della Calabria e del Meridione”. Un incontro proficuo, ricco di spunti di riflessione che, come ha sottolineato la vicepreside Paola Serranò, ha consentito di ripercorrere l’impegno storico dei licei di Cetraro sulla legalità, come è emerso dal cortometraggio “Il caso Losardo”, realizzato dal gruppo di lavoro degli studenti, che hanno avuto modo così di inserire nella progettazione scolastica temi di attualità collegati alle tragiche vicende degli anni ’80. L’incontro si è avvalso degli interventi di Marianna De Luca, Mirella Mannarino, Elio Ferrante e di numerosi studenti.                       

                                                                                           Tiziana Ruffo                                                    

domenica 18 febbraio 2018

Il barone rampante. La lettura nutre il pensiero e spinge all’azione

Chi non vuole accettare il mondo com’è ma vuole spiegarselo e cambiarlo è scrittore favoloso. Parafrasando questa affermazione che lo scrittore Italo Calvino ha fatto in una intervista del 1957, possiamo dire : chi  non accetta il mondo com’è , ma vuole cambiarlo, sarà  lettore  attento.

Sì perché la lettura nutre il nostro e l’immaginario collettivo. L’immaginario è il  luogo della fantasia, della capacità di vedere o sognare altro da quello che si vede e si vive nella realtà di tutti i giorni. Il luogo dove si può pensare al diverso e al possibile. Dove si traggono la forza e la capacità per vivere come si vorrebbe o si penserebbe possibile e non come altri suggeriscono.
E’ il luogo della fantasia creatrice che permette l’elaborazione di  progetti. E’ il luogo dove si costruiscono sogni e speranze.
E’ un mondo popolato di personaggi, luoghi e situazioni che rassicurano che il diverso può esistere o è già esistito, magari in altre forme e sembianze.
La lettura rende  più piacevole la nostra vita. “Sta a noi ricavare da un libro, dal libro che è sotto i nostri occhi, qualcosa che renda più piena, o meno  agra , la nostra esistenza,  quale che sia l’albero su cui siamo stati costretti ad arrampicarci, o la foresta che vorremmo attraversare”, afferma  Claudio Milanini nell’introduzione a Il barone rampante di Italo Calvino, Einaudi ed.

Salire e vivere sugli alberi per  Cosimo di Rondò protagonista de Il barone rampante  è l’occasione per acquisire il gusto della lettura, della lettura che nutre lo spirito e suscita emozioni  e della lettura che nutre il pensiero e spinge all’azione.

Lettura come evasione e lettura come formazione

Calvino ci mostra diversi tipi di lettura: la lettura come evasione e la lettura come formazione. Tutti e due hanno  influenza sulla personalità dell’individuo.

Gian dei Brughi, un brigante, un tronco d’uomo  che ad alcuni mette paura,  preso dal piacere della lettura  interrompe il legame con la vita reale. Tutto quel che lo circondava non lo interessava più o lo riempiva di disgusto.( XI)

Gli era presa una tal furia di letture, che divorava romanzi su romanzi e, sta tutto il giorno nascosto a leggere( XII)

Il brigante, grazie alla lettura, cambia sentimenti e aspirazioni. Una disposizione già da tempo latente nel suo animo lo andava come struggendo: un desiderio di giornate abitudinarie e casalinghe, di parentele, di sentimenti familiari, di virtù, d’avversione per i malvagi e i viziosi. (XII).

Impara anche a distinguere secondo i suoi gusti letterari. Diviene un lettore esigente.
Mio fratello provò a passargli dei romanzetti d’amore: e il brigante arrivava furioso chiedendo se l’aveva preso per una donnicciola
…  Cosimo, da quando Gian dei Brughi gli portò indietro un romanzo didascalico avvertendolo che , se un’altra volta gli dava un libro così noioso, lui gli segava l’albero di sotto. era costretto ad andarci piano  ( XII)

Il brigante distingue un libro dall’altro e sceglie quei libri che animano la sua vita interiore. Si era convertito alle buone letture, osserva Biagio - Calvino. Letture che lo hanno allontanato dalla cricca dei vecchi compagni che, dopo la sua conversione s’erano trovati a mal partito, tanto da tentare di dar fuoco all’albero su cui dormiva Cosimo, ritenendolo responsabile del cambiamento di vita del brigante.

Anche per Cosimo,  la lettura dallo svago di qualche mezz’oretta, diventò l’occupazione principale, lo scopo di tutta la giornata …..E a furia di maneggiar volumi, di giudicarli e compararli, di doverne conoscere sempre di più e di nuovi, … a Cosimo venne una tale passione per le lettere e tutto lo scibile umano che non gli bastavano le ore dall’alba al tramonto per quel che avrebbe voluto leggere, e continuava anche al buio a lume di lanterna ( XII).

Per tenere i libri,  Cosimo costruì a più riprese delle specie di biblioteche pensili … ma cambiava loro continuamente di posto, secondo gli studi e  i gusti del momento, perché egli considerava i libri un po’ come gli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati, se no, diceva  che intristivano. Sul più massiccio di questi scaffali aerei allineava i tomi dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert … E se negli ultimi tempi a forza di stare in mezzo ai libri era rimasto un po’ con la testa nelle nuvole, sempre meno interessato del mondo intorno a lui, ora invece la lettura dell’Enciclopedia … … gli facevano riscoprire tutte le cose intorno come nuove( XIII 106)

Il gusto della lettura ti penetra nella pelle piano piano senza che te ne accorgi, e non ti lascia più.

La passione per la lettura e per lo studio … gli restò poi per la vita . L’atteggiamento abituale in cui lo si incontrava adesso, era con un libro aperto in mano, seduto a cavalcioni d’un ramo comodo, oppure appoggiato a una forcella come a un banco da scuola, un foglio posato su una tavoletta, il calamaio in un buco dell’albero, scrivendo con una lunga penna d’oca. (XIII)

Se una lettura è stata davvero coinvolgente, il lettore è portato a riflettere e ad esprimersi su quanto ha letto

Così Cosimo sente il bisogno di commentare le scoperte che andava facendo sui libri. Allora andava a cercare l’Abate Fauchelafleur perché gli facesse lezione, perché gli spiegasse Tacito e Ovidio e i corpi celesti …

Ma il vecchio prete fuor che un po’ di grammatica e un po’ di teologia annegava in un mare di dubbi e di lacune, e alle domande dell’allievo allargava le braccia e alzava gli occhi al cielo …(XIII)

L’Abate possiede nozioni che non nutrono il cuore e la mente, mentre Cosimo avvia una corrispondenza epistolare coi maggiori filosofi e scienziati d’Europa, cui egli si rivolgeva perché gli risolvessero quesiti e obiezioni, o anche solo per il piacere di discutere cogli spiriti migliori …( XIII)
Il sapere è ricerca e confronto.
Eppure, quando gli sbirri del Tribunale ecclesiastico nella celletta dell’abate trovano tra i suoi breviari le opere, ancora intonse,  di un filosofo francese di tendenza scettica e razionale, precursore dell’illuminismo, lo prendono in mezzo e lo portano con loro, mentre si allontana, alza gli occhi verso gli alberi ed  ebbe un guizzo come se volesse correre verso un olmo. Rivolta contro l’intolleranza e il fanatismo religioso?

La tecnica non basta, ci vogliono le idee

Quando Cosimo incontra la colonia degli esuli spagnoli, che vivono sugli alberi perché costretti per motivi politici, si adopera per aiutarli e condivide con loro tutte le soluzioni tecniche sperimentate quando ha deciso di vivere sugli alberi. Lo fa con passione.

 Ma la pura passione delle innovazioni tecniche … non bastava a salvarlo dall’ossequio alle norme vigenti: ci volevano le idee.

 Comincia così a leggere loro due romanzi .uno di Rousseau ed uno di un suo discepolo.  Quando Cosimo prende parte ai loro parlamenti,… con ingenuo fervore giovanile spiega le idee dei filosofi, ( gli intellettuali illuministi i difensori del libero esame e dei lumi della ragione) e i torti dei Sovrani, e come gli Stati potevano esser retti secondo ragione e giustizia.
Lo seguiva El Conde, che per quanto vecchio s’arrovellava sempre alla ricerca d’un modo di capire e reagire …. Questo Conde, dai e dai invece di star sempre a contemplare il paesaggio, cominciò a volersi leggere dei libri. Rousseau gli riuscì un po’ ostico; Montesquieu invece gli piaceva.

La lettura è stata feconda, ha  fornito materiale al suo pensiero, lo ha elaborato personalmente. El Conde ha smesso di essere suddito, è diventato un cittadino consapevole. Quando l’ostracismo ha termine, El Conde  si mise a fare gran discorsi …: Là faremo i conti!...faremo giustizia!...L’esilio è finito! Finalmente possiamo mettere in opera quel che abbiamo per tanto tempo meditato!  Cosa resti a fare sugli alberi, Barone? Non c’è più motivo!

Cosimo allargò le braccia …
-Vuoi ritirarti! gridò El Conde.
- No: resistere,- rispose il barone.

Cosimo non scende dagli alberi. Lui vive sugli alberi non perché costretto ma per scelta.
La mia casa, dice al padre di  Ursula che vorrebbe farlo suo genero, è dappertutto, dappertutto dove posso salire,andando in su … (XVIII)


Rosa Randazzo

martedì 6 febbraio 2018

Il barone rampante. Sugli alberi per guardare bene la terra

Ho riletto per l’ennesima volta Il barone rampante  di Italo Calvino. Ancora una volta ho sperimento  come ogni lettura è una avventura, una sfida sempre nuova che ti spinge ad accettare le provocazioni di senso che ogni scrittore consegna al lettore.

Ed ecco che l’analisi approfondita del testo ti fa scoprire sempre nuovi significati perché il testo cambia con te, che sei sempre diverso, perché hai fatto nuove esperienze di lettura e nuove esperienze di vita. E, come sempre accade quando fai letture significative e coinvolgenti, ti assale urgente l’esigenza di comunicare agli altri le tue scoperte. Corollario della lettura è infatti il raccontare a voce o per iscritto.

Certamente le intenzioni dell’autore sono importanti. Ogni operazione critica, ogni lettura deve  muoversi all’interno dello spazio delineato da diversi importanti elementi: il genere dell’opera, il contesto storico in cui la vicenda è inserita, il contesto storico in cui l’autore vive, la conoscenza delle sue altre opere. Tutto ciò però non può farci  approdare ad un senso unico e definitivo.

I libri, come gli uccelli, intristiscono se li imbalsami in una unica interpretazione, smettono di parlarti e diventi afono.

Cosimo Piovasco di Rondò, il ragazzo che per protesta sale su un albero e decide di vivere tra i rami per sempre, senza scendere mai, per alcun motivo, tiene i libri su delle biblioteche pensili ma cambiava loro continuamente di posto, secondo gli studi e  i gusti del momento, perché egli considerava i libri un po’ come gli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati, se no, diceva  che intristivano. Sul più massiccio degli scaffali aerei teneva i volumi  dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert, i libri importanti  nel momento storico in cui è ambientata la vicenda del barone rampante e che,  nel momento che lo scrittore sta vivendo, nutrono il suo pensiero.

Qui di seguito alcune  tra le innumerevoli possibilità di senso  che Calvino ci affida e che io ho colto.

15 giugno 1767

L’incipit  è ambientato il 15 giugno 1767 quando aleggiano nell’aria i prodromi della Rivoluzione francese. Non è certamente il disgusto per le lumache che spinge Cosimo al suo gesto estremo, ma la ribellione individuale contro la cultura stantia, il rigorismo religioso,  la nobiltà chiusa alle novità, che vive con gli occhi rivolti al passato, la degenerazione dell’associazionismo, la massificazione,  propri del momento storico in cui lo scrittore vive e che Cosimo, autore- protagonista,  proietta sullo sfondo storico della rivoluzione  collettiva per eccellenza, la Rivoluzione francese, appunto.

Sugli alberi Cosimo Piovasco di Rondò vive una vita piena, ricca di avventure e di relazioni sociali.

La sua non è infatti una fuga dalla realtà. E’ la scelta di assumere un punto di vista nuovo e più efficace. Efficace perché gli dà l’opportunità di conoscere meglio se stesso e gli altri, di dare un contributo importante alla società in cui decide di vivere.

Ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento (II)

Diversi gli appaiono i ragazzi che saccheggiavano i frutteti. Una genìa di ragazzi che gli era stato insegnato di disprezzare e di sfuggire, e per la prima volta pensò a quanto doveva essere libera e invidiabile quella vita (II).

E libero è sugli alberi Cosimo. Glielo fa notare Viola, amica di tutti i ragazzacci di Ombrosa. Tu… sei sacro e inviolabile sugli alberi, nel tuo territorio, ma appena tocchi il suolo del mio giardino diventi mio schiavo e vieni incatenato. (II)

Nel mondo della libertà, Cosimo è certo, ricondurrà chi gli sta vicino e che ha il coraggio di guardare la realtà da un punto di vista nuovo e diverso.
Tu verrai con me, e verranno i tuoi amici che rubano la frutta, forse anche mio fratello Biagio, sebbene sia un po’ vigliacco, e faremo un esercito tutto sugli alberi e ridurremo alla ragione la terra e i suoi abitanti, dice a Viola (II)
Libertà e ragione vanno di pari passo.

Assumendo un punto di vista nuovo e diverso vede tutte le sfaccettature e la complessità della realtà

Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero.
Mentre il nostro, di mondo, osserva Biagio, (narratore ,fratello di Cosimo), si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui che passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi …  (X)

A Voltaire che chiedeva a Biagio se il fratello rimaneva sugli alberi per avvicinarsi al cielo, Biagio risponde che il fratello giustificava il suo comportamento così affermando: Chi vuol guardare bene la terra, deve tenersi alla distanza necessaria. Atteggiamento ragionevole di un fenomeno vivente, creato non dalla Natura ma dalla Ragione,  sottolinea il padre della Ragione. (XX)

Cosimo era un solitario che non sfuggiva la gente

Si portava sopra i posti dove c’erano i contadini … e gettava voci cortesi di saluto. Stava delle mezz’ore fermo a guardare i loro lavori e faceva domande … cosa che sulla terra non gli era mai venuto di fare. (IX) 

Quando Viola ritorna ad Ombrosa e andavano scoprendosi, raccontandosi le loro vite, interrogandosi (XXII), alla domanda se si sentiva solo rispetto al resto del mondo Cosimo risponde: - No, perché’ avevo sempre qualcosa da fare con altra gente: ho colto frutta, ho potato, ho studiato filosofia con l’Abate, mi sono battuto coi pirati...Con Gian dei Brughi leggevo romanzi, col Cavaliere facevo progetti idraulici.

La lettura di manuali d’arti e mestieri, per esempio d’arboricoltura, fa nascere in lui il bisogno di far qualcosa di utile al suo prossimo oltre che di sperimentare le nuove cognizioni. E anche questa, a ben vedere, era una cosa che aveva imparato nella sua frequentazione del brigante ( Gian dei Brughi); il piacere di rendersi utile, di svolgere un servizio indispensabile per gli altri. (XIII)

Nella prefazione  del 1960 a I nostri antenati, lo stesso Calvino  di alcuni personaggi comprimari dei tre  romanzi  che fanno parte della raccolta, dice : Il dato che li accomuna quasi tutti è d’essere dei solitari, ognuno con una maniera sbagliata d’esserlo, intorno a quell’unica maniera giusta che è quella del protagonista. 

Del cavalier avvocato, uomo solitario ma con una maniera sbagliata di esserlo, porta  sempre dietro l’immagine stranita … ad avvertimento di un modo come può diventare l’uomo che separa la sua sorte da quella degli altri, e riuscì a non somigliargli mai (XI)  

Cosimo vive immerso nel mondo, ma cerca sempre di sfuggire alla tentazione della piena identificazione.

Il fico ti fa suo, ti impregna del suo umore gommoso, dei ronzii dei calabroni, dopo poco a Cosimo pareva di stare diventando un fico lui stesso e, messo a disagio, se ne andava (X)

Per quante doti egli assorbisse dalla comunanza con le piante e dalla lotta con gli animali, sempre mi fu chiaro, osserva Biagio, che il suo posto era di qua, era dalla parte nostra. (XI)

L’individuo si completa nella relazione con la realtà  ma deve rimanere fedele alla propria individualità. Calvino lancia un monito importante alla società massificata di oggi, in cui l’individuo tende ad annullarsi nel gruppo ed in cui l’originalità è considerata negativamente. L’originalità è un valore, osserva Calvino. Anche le idee più fuori dal comune potevano essere le giuste. (XXIV)

 E’ importante mantenere la propria individualità, anche a costo di essere considerato eccentrico. Al padre che lo accusa di far comunella con i peggiori  bastardi ed accattoni, dice fermo: - No, signor padre,io sto per conto mio, e ognuno per il proprio.

Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini. Riflette Biagio dopo la morte di Cosimo. (XXX)

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!

E’ l’uscita sconcertante di Cosimo quando casualmente una notte  scopre in una radura una riunione d’uomini con strani paramenti e arnesi, alla luce di candelabri. La sua uscita getta lo scompiglio tra quella che a lui sembra una riunione di congiurati.

E’ la scoperta di una riunione di una Loggia massonica.  I Massoni, afferma ironicamente Biagio , riconosciuta la sua alta dottrina, lo fanno entrare nella Loggia.

Anche qui  porta le sue idee originali, non è mai gregario.

Quando  si associa alla Massoneria,  ne sconvolge la normale liturgia. Ebbe un rituale molto più ricco, in cui entravano civette, telescopi, pigne …(XXV)

Ma già molto tempo prima che alla Massoneria era affiliato a varie associazioni o confraternite di mestiere, come quella di San Crispino o dei Calzolai, o quella dei Virtuosi Bottai, dei Giusti Armaiuoli o dei Cappellai Coscenziosi.

Le associazioni rendono l’uomo più forte

Cosimo – Calvino è scettico verso tutte le associazioni, ne coglie però anche l’aspetto positivo.

Le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone ( mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)

Le associazioni sono fondamentali  quando c’è un problema comune da affrontare, un problema che sta a cuore a tutti. Allora ognuno mette da parte i suoi interessi personali e viene ripagato dalla  soddisfazione di trovarsi in concordia e stima con tante ottime persone.

Val meglio essere un uomo solo e non un capo

Ma più tardi, Cosimo dovrà capire che quando quel problema comune non c’è più, le associazioni non sono più buone come prima, e val meglio essere un uomo solo e non un capo. (XIV)

– Tu sai che potresti comandare alla nobiltà vassalla col titolo di duca? gli chiede il padre.

 -So che quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare.

- Vorrai essere degno del nome e del titolo che porti?

-Cercherò d’esser più degno che posso del nome d’uomo, e lo sarò così d’ogni suo attributo. (XIV)

Un’idea di società universale

L’atteggiamento contraddittorio di Cosimo - Calvino è da ricondurre, osserva Biagio,  al rifiuto di ogni tipo di convivenza umana vigente ai suoi tempi  e perciò tutti li sfuggiva e si affannava ostinatamente a sperimentarne di nuovi: ma nessuno d’essi gli pareva giusto e diverso dagli altri abbastanza; da ciò le sue continue parentesi di selvatichezza assoluta.

Era un’idea di società universale, che Cosimo aveva in mente. E tutte le volte che s’adoperò per associar persone, sia per fini ben precisi …. siccome riusciva sempre a farli radunare nel bosco, nottetempo, intorno a un albero, dal quale egli predicava, ne veniva sempre un’aria di congiura, di setta, d’eresia, e in quell’aria  anche i discorsi passavano facilmente dal particolare al generale e dalle semplici regole d’un mestiere manuale si passava come niente al progetto d’instaurare una repubblica mondiale di uguali, liberi, giusti.

E’ la degenerazione delle associazioni che Cosimo - Calvino rifiuta.  Traspare qui la delusione dello scrittore di fronte ai crimini di Stalin denunciati da Kruscev al XX Congresso del partito (1956).  A ciò si aggiunge la delusione per il comportamento tenuto dal PCI, di cui era un iscritto, di fronte ai fatti d’Ungheria. In quel congresso Togliatti, segretario del PCI, fa approvare una risoluzione a favore della repressione in Ungheria da parte dei carri armati sovietici, definendola una dolorosa necessità.

Rosa Randazzo