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venerdì 3 ottobre 2014
sabato 27 settembre 2014
Briganti, Lucania e vino Aglianico
Finiscono nel mirino dell’ironia dello scrittore Gaetano Cappelli
il brigantaggio, lo stalinismo sovietico, il comunismo di Palmiro Togliatti, la
scoperta del metano in Lucania, la rapida ascesa di neocialtroni nel mondo
contemporaneo, in cui il successo è legato al marketing, alla propaganda, ai
circuiti mediatici.
Il lungo titolo del romanzo di Cappelli è tutto un programma:
Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo.
L’abile incastro delle vicende storiche delle famiglie e dei
personaggi consente all’autore di rivisitare in chiave umoristica fenomeni
complessi, ridotti a gustose storie di briganti, ad utopie infrante nella
gelida Russia di Stalin, a contadini raggirati in occasione della scoperta del
metano in Lucania.
I protagonisti maschili sono tre ex compagni di scuola. Riccardo
Fusco, un ricercatore con la carriera stroncata da un barone universitario
ostile. Giacinto Celeste, un mediocre pittore, che ottiene successo per il sostegno
di Graziantonio Dell’Arco, uomo
d’affari, spregiudicato cialtrone rampante.
I personaggi femminili sono Eleonora, moglie di Fusco, donna di
teatro di modesto successo. Chatryn, una antropologa italo – americana che ha
una relazione sentimentale con Fusco in occasione di un suo progetto di ricerca
in Basilicata, realizzato su mandato di una Università americana.
Il vino Aglianico fa la sua comparsa, allorché Graziantonio
Dell’Arco affida a Fusco il compito di valorizzare questo prodotto della sua azienda
agricola, avvalendosi della preziosa collaborazione di Chatryn, divenuta una
enologa di prestigio mondiale che sarebbe in grado di inserire con un suo
articolo l’Aglianico tra i più pregiati vini del mondo.
Tutto procede in modo farsesco con colpi di scena e situazioni
spassose.
Il tentativo di Fusco tuttavia finisce alle ortiche proprio nel
momento in cui l’obiettivo era quasi
raggiunto. Una telefonata imprudente compromette il suo rapporto sentimentale
con Chatryn e conseguentemente viene meno l’articolo favorevole sul vino
prodotto dall’azienda agricola di Graziantonio Dell’Arco.
A Fusco non rimane che rassegnarsi ad essere uno dei tanti, un
mediocre intellettuale di provincia, che si occupa delle quattro figlie senza
la moglie, che lo lascia definitivamente per dedicarsi alla carriera teatrale.
Riccardo Fusco sembra l’inetto della modernità, il fallito che si
vede scavalcato da mediocri cialtroni, furbi, spregiudicati e disposti a tutto
pur di conseguire successo e denaro.
Gaetano Bencivinni
lunedì 22 settembre 2014
Il velo di Safia
Il terzo ripudio nel mondo islamico significa divorzio automatico
e definitivo. Una donna ripudiata diventa una macchia per la famiglia e per i
parenti e viene emarginata socialmente. Le donne hanno l’obbligo di portare il
velo e devono sottoporsi alla circoncisione.
Con questi problemi si misura la protagonista femminile del
romanzo Divorzio all’islamica a viale Marconi dello scrittore algerino Amara
Lakhous.
L’egiziana Safia è costretta a portare il velo anche a Roma. Le
viene imposto dal marito Felice, anche lui egiziano, musulmano ortodosso,
architetto che si adatta a fare il pizzaiolo in un ristorante romano a viale
Marconi.
Lo scrittore descrive con umorismo ed ironia le vicende di Safia,
che sarà ripudiata dal marito per gelosia.
Il merito di Lakhous è quello di far conoscere al lettore la
complessità delle abitudini e dei comportamenti degli immigrati arabi
attraverso un linguaggio leggero, efficace e coinvolgente.
La storia di Safia si intreccia con quella del siciliano Christian,
detto Issa, inviato a Roma dai servizi segreti italiani con il compito di
infiltrarsi tra gli immigrati islamici per sventare un agguato terroristico,
che sarebbe dovuto scoppiare a viale Marconi.
Lakhous con il sorriso distaccato dell’artista descrive il palpito
vitale che si ritrova nei personaggi oltre la corteccia delle convenzioni e
delle diversità religiose, culturali e sociali.
La narrazione procede attraverso l’intreccio delle vicende dei due
protagonisti, che per circostanze fortuite hanno modo di incontrarsi con il
risultato che tra di loro scoppia la scintilla dell’amore.
Il romanzo si fa apprezzare anche per un finale sorprendente in
piena sintonia con l’impostazione complessiva della struttura narrativa, che
privilegia l’umorismo, l’ironia e il sorriso.
Gaetano Bencivinni
mercoledì 17 settembre 2014
Un tuffo nella vita
Quando gli intellettuali hanno la pretesa di spiegare in modo
univoco la realtà, si scontrano con la complessità del reale, refrattaria alla
teoria dei modelli e vorace di modelli sempre nuovi e sofisticati. Il reale non
è razionale, ma è in continua trasformazione e richiede sempre nuovi modelli
interpretativi.
Il romanzo di esordio dello scrittore inglese Charles Dickens, Il circolo Pickwick si muove lungo
questo filo conduttore, che illumina la non corrispondenza tra la teoria e la pratica,
tra le certezze scientifiche e le tante sorprese insite nella realtà.
Il buon Pickwick, fondatore del circolo che porta il suo nome, si
pone l’obiettivo di conoscere i caratteri e i costumi della provincia inglese
del 1827 ed insieme a tre soci, uno sportivo, un poeta ed un servitore,
promuove un viaggio conoscitivo della realtà sociale con la pretesa di
applicare ad essa il metodo della sua teoria sui girini.
La narrazione procede in modo umoristico e satirico e talora
diventa patetica, quando Pickwick finisce in carcere per debiti.
Il messaggio che viene fuori dal romanzo è che la complessità
della vita consente a Pickwick di
rendersi conto della ristretta angolazione del suo punto di vista scientifico,
essendo la vita un mare aperto ricco di insidie, di sorprese e di novità
nascoste dietro ogni onda.
Lo scrittore inglese, come il vecchio filosofo Eraclito, ripropone
l’esigenza di considerare il reale come dinamico ed in continua trasformazione:
tutto cambia e nessuno può bagnarsi due
volte nella stessa acqua.
Gaetano
Bencivinni
Vendemmia
Stampato Vendemmia il libretto a cura di Gaetano Bencivinni con la realizzazione grafica di DGM Informatica di Daniele Maltese di Cetraro.
lunedì 8 settembre 2014
John Silver e la caccia al tesoro
Fare quattrini a palate e spendere allegramente per tutta la vita.
Con questa bussola ideologica borghese salpa da Bristol intorno
alla metà del 1700 una goletta, messa a disposizione da un cavaliere britannico,
con a bordo una ciurma composita con bucanieri infiltrati sotto l’abile regia
dello spregiudicato John Silver, personaggio ambiguo, opportunista e senza scrupoli del romanzo L’isola del tesoro di Robert L.
Stevenson.
La ciurma, istigata da Silver, si ammutina, allorché la goletta
approda in quella maledetta isola in cui il terribile capitano Flint aveva
nascosto il suo tesoro, accumulato con sanguinari atti di pirateria.
Il romanzo si fa apprezzare per lo spirito di avventura che lo
attraversa. E’ particolarmente interessante tuttavia l’intreccio delle vicende,
alimentato dalla forza attrattiva del denaro, che è la vera divinità al cui
altare si possono tranquillamente sacrificare valori e principi. Unica regola è
mettere le mani sul tesoro anche se bisogna passare attraverso crimini, inganni
e tradimenti.
La figura di Silver è da questo punto di vista emblematica e
ricorda molto da vicino il galeotto Vautrin del romanzo Papà Goriot di Honorè
de Balzac.
Entrambi i personaggi tessono le lodi dell’ambizione personale,
della ricerca del successo, dell’accumulazione delle ricchezze su cui costruire
la scalata sociale e il quieto vivere.
In Silver come in Vautrin si individuano i tratti distintivi della
figura del borghese, che si affaccia prepotentemente nella storia con la forza
dirompente della caccia al tesoro, del perseguimento del massimo profitto,
della perversa logica dell’avere senza tener conto di regole morali che vanno
asservite al cinico obiettivo di fare
quattrini.
Gaetano
Bencivinni
giovedì 4 settembre 2014
Pereira come Pinocchio
Un romanzo è un bel romanzo quando ti tiene legato e il supporto libro diviene una tua
appendice. Lo tieni sul comodino, lo porti in cucina ,quando ti svegli, lo
tieni in soggiorno. Pronto a sbirciare, a seguire il filo del raccontare perché
la realtà della storia che stai leggendo ti cattura, ti appassiona come e a
volte più della vita reale.
Un romanzo è un bel romanzo quando ti porta
ad esplorare la realtà della tua esistenza e ti fa capire un po’ di più di come
sei e di come stai vivendo e ti conduce alla ricerca della Verità.
Sostiene
Pereira
di Antonio Tabucchi ha entrambe queste caratteristiche. Come un ruscello in
piena, le frasi, i periodi scorrono senza tante interruzioni, come scorrono i
tuoi pensieri. Scorrono ma descrivono, raccontano,delineano con le parole personaggi, ambienti,
situazioni, gesti, posizioni, inquadrature come fa il regista di un film.
Siamo a Lisbona, in pieno regime salazariano
fatto di insulsaggine, ottusità, violenza. Un piccolo giornalista di un
giornale locale con un linguaggio “politicamente corretto” pubblica solo
notizie culturali. Non si occupa di politica. Conduce una vita routinaria,
fatta di cibi sempre uguali: omelette e limonate. Non ha significative
relazioni sociali, interloquisce sono col ritratto della moglie morta. Non ha
figli. Ha rimosso sogni , speranze, gioie della giovinezza, quando era
universitario a Coimbra.
Ma
ecco che la vita, fatta di passione, bisogni, sogni , irrompe nella sua bigia
esistenza nelle vesti di due ragazzi che clandestinamente lottano contro il regime.
Allora comincia lentamente ad esistere. Esce
fuori da se stesso. Un tarlo comincia a roderlo e buca la botte in cui si era rinchiuso.
Ricomincia a vivere. Comincia un percorso di iniziazione alla vita vera. Riprende
in mano le fila della sua esistenza. Comincia un percorso di iniziazione che lo
farà uomo.
Come Pinocchio da burattino diventa bambino.
Allora
rompe con la routine, trova la forza di opporsi e va, parte.
Rosa
Randazzo
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