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venerdì 10 marzo 2017

Otto marzo. Festa della donna

Otto marzo. Concerto del soprano Rosa Antonuccio


La voce del soprano lirico Rosa Antonuccio ha incantato tutti. Femminile ed acuta, morbida e luminosa, ricca e piena. Hanno incantato la sua passione e l’amore per il suo grande dono che ha dispensato con grande generosità, ieri otto marzo presso il Centro Sociale Anziani di Cetraro.
Il soprano, magistralmente accompagnato al pianoforte dal maestro Riccardo Galimi, ha proposto al numeroso pubblico presente cinque pezzi e cinque icone di donne. Icone di un tempo, di un luogo, che danno l’idea del multiforme carattere della donna.

Maria,celebrata  e invocata  con l’Ave Maria di Bach-Gounod è  l’icona del Mistero, che attua il suo essere donna nell’accoglienza pura del Mistero, perciò diventa “benedetta tra tutte le donne”, come “benedetto è il frutto del suo grembo”
E’la donna concreta, una giovane donna della terra di Israele che vive la straordinaria esperienza di divenire la Madre del Messia, il luogo dell’avvento di Dio nella storia.
“Maria è scelta come donna, una donna che non ha bisogno di raccomandazioni speciali e che possiede, nella sua persona e nella sua qualità di donna, tutto quanto è necessario per vivere da alleata di Dio e compiere la sua missione” (J. Galat).
E’ la donna fedele nell’amore, forte nel dolore, capace di prevenire il bisogno e di soccorrerlo. E’la donna che ristabilisce l'equilibrio rotto da Eva.

Carmen,  protagonista femminile del melodramma di Bizet, è l’icona di alcuni aspetti inquietanti dell’universo femminile.
 E’ la  donna libera, sensuale, selvaggia, indomabile, seducente. La donna che sceglie, cinica e sfrontatamente sincera. La donna che non crede molto alla costanza dell’amore. Nell’ aria del primo atto che abbiamo ascoltato, Habanera,  esprime la sua visione dell’amore:  l’amore è come un uccello ribelle, che non può essere ingabbiato né da formalismi né da convenzioni. E’ un uccello ribelle che nessuno può addomesticare. E’ come un piccolo zingaro, che non conosce legge.
Carmen, gitana ribelle, scopre dalle carte la tragedia che l’attende, la morte per mano di don Josè amante respinto,  ma rimane fedele al suo disegno di libertà, andando incontro alla morte, come una eroina della tragedia greca.
Jamais Carmen ne cédera!
Libre elle est née et libre elle mourra!

Infedele nell’amore è Reginella ( 1917), che abbandona  l’amato con cui viveva felice anche se non mangiavano altro che pane e ciliegie e vivevano di baci.
Lei cantava e piangeva per lui e  il cardellino cantava insieme a lei: “Reginella vuole bene al suo re”. Sembrava un amore destinato a durare in eterno, invece è  un amore bugiardo.
Per Reginella l’amore diviene  una gabbia e vola via. Sceglie la vita frivola ma elegante e spensierata delle sciantose. Veste con abiti scollati, porta un cappello con nastri e rose e parla francese.
L’amato invita il cardellino a scappare dalla gabbia che ha volutamente aperto, a volare via come se n'è volata la sua Reginella,  e a non continuare a piangere la sua padrona che non c'è più ma a cercarsene un'altra più sincera.
Una flebile traccia rimane dell'antica passione: «ora che non ci amiamo più, tu a volte distrattamente pensi a me.

Diamante, protagonista della  canzone dedicata da Zucchero Fornaciari alla nonna Diamante Alduini Fornaciari, è l’icona dell’ amore che non può disperdersi nel tempo e che regge a tutte le fatiche della vita.
 E’ una domenica mattina. La guerra è finita ed i nonni, Delmo e Diamante,  osservano la vita del dopoguerra  nel paese natio.
Diamante è l’icona della donna, moglie e compagna, che osserva la vita insieme al suo uomo. La donna  che sa consolare e offrire una spalla su cui piangere e ricominciare sempre d’accapo, sempre, come facciamo spesso noi donne anche oggi. Anche se  noi nonne della globalizzazione non rispondiamo più allo stereotipo della nonna con i capelli bianchi che racconta storie attorno al braciere, lavorando a maglia.
Diamante si identifica col suo uomo, sono un tutt’uno “ pioggia sarò / e pioggia tu sarai”- “Più grande ti sembrerò /e grande tu sarai”.
Ma ricostruire dopo la guerra non è facile e, anche se Delmo fa fiorire i nevai,  lo sconforto lo prende, ma  si fa forza “i bimbi grandi non piangono” dice. Ecco che arriva il sostegno della sua donna “Delmo,  Delmo vin a’ cà”

Icona della donna fedele e paziente nell’attesa è  la donna alla quale  o surdato ‘nnamurato ( 1915), costretto nel fango  della trincea rivolge il suo canto intriso di nostalgia e tristezza. La tristezza e la nostalgia di molti giovani e giovanissimi ragazzi del Sud che sono partiti per la guerra ed hanno lasciato l’amore a casa.
O surdato ‘nnamurato riceve consolazione soltanto dal pensiero che la sua donna  vive nell’attesa di lui come lui non pensa che a lei.
Il canto e le lettere che arrivavano da casa erano gli unici momenti di sollievo per i soldati che soffrivano fisicamente e moralmente. Allora si diffuse un modo di dire entrato poi nella lingua corrente: canta che ti passa.

Abbiamo cantato la donna  ma non abbiamo dimenticato il lungo e faticoso cammino delle donne per  le conquiste politiche, economiche e sociali, né abbiamo voluto sottacere che lungo è ancora il cammino da fare, poiché ancora oggi le donne subiscono discriminazioni e violenze.
Sappiamo bene che ciò che abbiamo acquisito non è conquistato per sempre. In cinquantuno paesi del mondo le donne sono entrate in sciopero anche perché nessuno rimanga troppo indifferente di fronte a notizie sconvolgenti che riguardano non più lo struggersi d’amore, ma il distruggersi  per un sentimento confuso e complicato al quale non si è educati, che spesso, sempre troppo spesso, in un momento di rabbia  strappa vite e sorrisi.
Per questo occorre anche una lunga opera di educazione all’amore. Un amore rispettoso dell’altro che è appunto altro da me, non un oggetto da chiuderei gabbia, per quanto dorata essa sia. E sappiamo che l’educazione ha tempi lunghi e  che tocca a noi donne.
Le opere scelte dal soprano, composte in momenti diversi della nostra storia, ci hanno aiutato a non perdere quel senso del vissuto, quel senso del tempo e della storia che oggi va sempre di più scomparendo.

Il presidente Fausto Gallo, nel dare il saluto ai rappresentanti delle istituzione e delle associazioni  e a tutti i presenti, ha ricordato i  prossimi impegni del Centro: la presenza a Cetraro della sciarpa della pace domenica 19 marzo e il 10 giugno la gita sul monte Pollino.
L’intervento del vicesindaco Fabio Angilica, che ha rivolto calorosi auguri a tutte le donne presenti,  è stato impreziosito dalla citazione di una celebre terzina dantesca che gli ha dato l’opportunità di sottolineare l’importante ruolo della donna che è soprattutto madre e mediatrice tra la Terra e il Cielo.
“Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre/ sua disianza vuol volar sanz’ali”.
A conclusione della serata la più piccola delle donne presenti Maria Carmen Avolio ha offerto un omaggio floreale al soprano.
A Rosa Antonuccio ed al maestro Galimi va il sentito grazie di tutto il Centro.

Rosa Randazzo


martedì 7 febbraio 2017

Intervento di Fausto Gallo a Tarsia



Sono nato nel 1936 e sono l’ultimo di otto figli, perciò durante la mia infanzia dei miei fratelli che partirono per la guerra avevo una vaga conoscenza, avvenuta tramite le loro fotografie in divisa o qualche breve ritorno a casa per una licenza.
 Il primo, Francesco, nato nel 1915, arruolatosi nella questura (oggi Polizia di Stato) dopo il corso a Firenze fu mandato ad Agrigento. Il secondo, Italino, del 1918, militare di Marina, fu mandato in Grecia e in seguito venne deportato in Germania. Luciano, classe 1920, militare di terra, fu imbarcato a Napoli per l'Africa.  Con il passare del tempo e l’imperversare della guerra, perdemmo i contatti con i nostri congiunti. 
Nel 1943 incominciano i primi bombardamenti anglo-americani sulle nostre coste. Fu data l'ordinanza di lasciare il paese e restare nelle campagne. Cetraro si svuotò perché vennero trasferiti anche gli uffici comunali, postali e bancari. Restarono solo i carabinieri a pattugliare il paese. Intanto arrivavano notizie di bombardamenti su Amantea, Paola e Scalea. 
La notte del 16 agosto c’era un cielo stellato ed una splendida luna. Non facemmo in tempo ad addormentarci che si scatenò l'inferno: bombe dal cielo, cannonate dal mare. Tra il fuggifuggi generale corremmo a ripararci, per modo di dire, sotto gli alberi. Solo dopo aver sganciato una quantità enorme di bombe, gli aerei si allontanarono e l'inferno cessò. Al mattino alcuni si recarono in paese pensando di trovare solo macerie, ma con enorme con sorpresa non fu così; solo il convento delle suore Battistine venne colpito ma riportò pochi danni. 
Nei giorni successivi seguirono altri raid, ma fortunatamente le bombe finivano in mare o sulla spiaggia, inesplose.
Solo un ponte sulla linea ferroviaria, nei pressi della sottostazione di Cetraro, fu danneggiato, costringendo in quel tratto i pochi treni locali che viaggiavano ad andare a passo d'uomo: era il cosiddetto ponte degli zingari. Per chi conosce Cetraro, è il ponte di fronte il ristorante il Cubo, con innesto sulla superstrada. A quei tempi invece era ad arco e vi scorreva sotto un fiumiciattolo. Si trattava dell'ultimo tratto della fognatura a cielo aperto che si gettava a mare nelle vicinanze. Solitamente vi si accampavano gli zingari, che barattavano attrezzi di ferro battuto e altri oggetti e poi andavano via. Da qui il nome di “Ponte degli Zingari”.
 Con lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, ad Anzio e la caduta di Montecassino arrivò l’armistizio dell’8 settembre del 1943. Fu la fine dello sfollamento. Col passare dei giorni sulla SS18 passavano colonne di automezzi americani che andavano verso il nord. Alcuni si fermarono a Cetraro per pochi giorni. Si incominciava a vedere la luce dopo il buio. Intanto per le strade del paese si vedevano forestieri, venivano chiamati gli sbandati: erano siciliani che tornavano al Sud o napoletani che risalivano verso il nord. Bussavano ai portoni cercando qualcosa da mangiare. Mia madre, con tre figli in guerra di cui non si avevano notizie, cercava per quel poco che poteva, di aiutare tutti, sperando che qualcuno di loro le desse notizie dei figli. Fortunatamente incontrò un gruppetto diretto ad Agrigento, raccontò subito del figlio Francesco pregando di portare nostre notizie e una lettera. Dopo un po' di tempo arrivò la risposta di Francesco: stava bene e sperava al più presto, treni permettendo, di tornare per una breve licenza. Nel frattempo avemmo notizie anche di Luciano, prigioniero degli americani in Africa: raccontava che stava bene e viveva nell'agiatezza.
Un giorno mio padre, sul marciapiede della stazione di Paola in attesa del treno per Cetraro, notò un bel militare americano nella sua impeccabile divisa di color kaki, con lo stemma dello stivale sulla manica sinistra. Vide un paesano che salutava il militare e al tempo stesso faceva segno verso di lui, che non capiva.
A quel punto il paesano disse al militare:” Non vedi che quello è tuo padre?” Il militare si avvicinò a mio padre dicendo:” papà sono io Luciano tuo figlio”. Non si erano riconosciuti! Seguirono abbracci, pianti e grida di gioia.
Dopo la caduta di Berlino avvenuta il 2 maggio 1945 e la liberazione della Germania e dal Nazismo di Hitler, con i suoi folli orrori, i prigionieri presero con mille difficoltà la via del rimpatrio. Ci furono i primi arrivi in paese, i treni che venivano dal Nord non fermavano alla stazione per cui la notte al famoso ponte degli zingari, dove i treni erano costretti a rallentare, si radunarono molte persone, soprattutto mamme con la speranza di rivedere i figli o di averne notizie mostrando le fotografie. Fra le mamme c'era anche la mia, accompagnata da Graziella, un'amica di famiglia; anche lei aspettava suo figlio che sapeva essere a Napoli. Sfiduciata e quasi senza speranza, mia madre una sera decise di non andare al ponte. 
 In piena notte sentimmo bussare al portone: era Graziella che urlava “Marietta Italino è tornato” e alle sue urla si unirono quelle di mio fratello “mamma, mamma sono tornato!”.
Fra pianti, urla e abbracci si svegliò tutto il vicinato e la casa si riempì di gente. Per i giorni a seguire ci fu un via vai di parenti, amici, conoscenti e mamme che venivano a chiedere notizie dei figli che non erano ancora tornati.
Purtroppo alcuni non tornarono.

Mia madre lo ripeteva sempre che era stata fortunata: tre figli in guerra e tutti e tre tornati a casa.

lunedì 6 febbraio 2017

Fausto Gallo testimone a I giorni della memoria a Ferramonti

Un evento culturale, particolarmente significativo ed emozionante, si è tenuto nel campo di concentramento di Ferramonti nell’ambito de I giorni della memoria, dedicati alle tragiche vicende  che hanno visto il genocidio di milioni di Ebrei, omosessuali, slavi, disabili.
In un contesto caratterizzato dalla partecipazione di associazioni socio-culturali, amministratori comunali e di rappresentanti di tutte le associazioni calabresi di anziani, si sono alternati testimonianze, interventi e riflessioni sul senso della memoria e sulla necessità di non far cadere l’oblio su questa pagina nera della storia.
Numerosi i soggetti istituzionali che hanno espresso compiacimento e pieno sostegno alla manifestazione.
Tema dell’evento e titolo del progetto messo in atto da Federanziani Calabria
Sul filo della cultura per non perdere la memoria.
La presidente regionale Brunella Stancato ha consegnato nell’occasione a Roberto Ameruso, sindaco di Tarsia, la sciarpa della pace confezionata dai nonni della Calabria, simbolo di comunione fraterna e messaggio di pace per le giovani generazioni, ha detto la presidente.
La sciarpa della pace, composta  da centinaia  mattonelle create da tante mani operose, ha detto il sindaco, può ben essere il simbolo di Ferramonti, luogo d’incontro di tanti volti , di uomini e di donne di diverse religioni, di varia cultura  uniti da un tragico destino ma che hanno trovato a Ferramonti  l’opportunità di una convivenza pacifica, grazie al grande senso di umanità di chi ha gestito il campo. Umanità che è di tutte le popolazioni del Sud, ha continuato il sindaco, e che si manifesta anche oggi nell’accoglienza di tanti fratelli che in barconi di fortuna arrivano sulle nostre coste alla ricerca di una vita migliore, lontani dalla guerra, dalla povertà che genera fame e da una vita vissuta nell’insicurezza.

Significative le testimonianze rese da Fausto Gallo, presidente del Centro Sociale Anziani di Cetraro e di Francesca Rennis legata al centro sociale di Guardia e Acquappesa.
Gallo ha condiviso con il numeroso pubblico presente momenti intimi della vita della sua famiglia che ha visto tre fratelli diversamente impegnati nell’esercito e nella marina nel corso della seconda guerra mondiale. Uno, Italino, deportato in Germania. Ha raccontato la paure per i bombardamenti, il timore della perdita, le sofferenze patite, la gioia del ritorno a casa dei fratelli.
Rennis ha ricordato la figura del padre che ha preferito rimanere in Germania ai lavori forzati per ben due anni, pur di non cedere al nazifascismo e divenire soldato della Repubblica di Salò. Prima forma di resistenza.
Queste manifestazioni sono importanti, ha detto la Rennis, soprattutto nel mondo di oggi, in cui le giovani generazioni soffrono di analfabetismo emotivo ed hanno perduto la percezione della realtà, immerse come sono in un modo virtuale e in una comunicazione con l’altro mediata dalle nuove tecnologie.
Pergamene sono state consegnate ai presidenti delle associazioni di anziani presenti alla manifestazione. A tutti una cartolina con un messaggio dei nonni alle giovani generazioni.
Tanti gli ospiti della manifestazione  a cui la presidente Stancato ha consegnato le mattonelle della pace. Una mattonella è stata inviata al Santo Padre, papa Francesco, cui la presidente ha chiesto una udienza per i nonni d’Italia. Un’altra al sindaco e ai cittadini di Tarsia che hanno ospitato la manifestazione .

di Rosa Randazzo

Il filo della cultura per non perdere la memoria

Significativo e pregnante il tema proposto da Federanziani Calabria in collaborazione con Senior Italia che con il progetto Il filo della cultura per non perdere la memoria  ha voluto tessere un doppio legame.
Un filo che ci lega al nostro passato, a quello scrigno che contiene la cultura materiale e simbolica di un popolo, di cui è segno la sciarpa della pace, confezionata dai nonni della Calabria e consegnata al sindaco di Tarsia.
 Un filo che ha legato tante donne dei centri sociali anziani e filo che ci lega alle donne dei centri sociali di altre regioni. Legami che producono comunione quindi pace.
Il nostro patrimonio culturale va salvaguardato perché in un mondo sempre più globalizzato, che tende ad annullare le diverse specificità, è come una coltre avvolgente, familiare che riscalda ma non soffoca.Non  corazza, entro cui rifugiarsi per sfuggire alla relazione con l’altro, col diverso, spazio circoscritto da difendere a tutti i costi ma base su cui costruire una nuova appartenenza in una società eterogenea e multiculturale qual è quella che si va profilando anche nei nostri piccoli centri.

Un  filo che ci lega ad un evento tragico della vita dell’umanità di cui il campo di concentramento di Ferramonti e soprattutto il lager di Auschwitz sono luoghi cruciali della memoria novecentesca.
Auschwitz poi ha rappresentato una rivoluzione nel modo del ricordare, tanto da farci  recuperare il senso etimologico del termine ri- cordare. Ricordare è riportare al cuore, è memoria  e memoria è rendere presente il passato, è sentire sulla propria pelle il dolore, lo straniamento, la perdita della speranza,  la demolizione dell’uomo. Difficile definire i sentimenti che hanno agitato il cuore di milioni di Ebrei, omosessuali, slavi, disabili, donne, uomini, bambini nei campi di sterminio. Ricordare quindi per non scordare, cioè per non perdere dal cuore.

Sono trascorsi più di 70 anni, l’arco di una vita, per cui  la generazione dei testimoni va esaurendosi. Poiché la memoria è un  dovere umano reso assoluto e imperativo, dopo gli orrori dello sterminio,sorge un interrogativo.
Chi terrà desta nelle giovani generazioni la memoria di eventi così atroci?
Ed ecco che interviene il filo della cultura così come dice il titolo del progetto.
Quale cultura della memoria? La cultura che utilizza nuovi sostegni, nuove forme e nuovi linguaggi che fanno leva sull’immaginazione. Quindi i documenti storici, i musei, ciò che i giovani apprendono nei libri di Storia viene arricchito dai messaggi veicolati dai nuovi mezzi di comunicazione(film, opere teatrali, fiction …)
Il ricordare non deve divenire , però, un rito, celebrato il quale, tutto ritorna come prima. No, non è questo il senso del ricordo.
La memoria va coltivata quotidianamente, nelle scuole con percorsi didattici attivi tutto l'anno, costruiti insieme ai soggetti presenti sul territorio, a partire dai musei e dalle istituzioni culturali, va coltivata nella vita di tutti i giorni.
Dice Levi in Se questo è un uomo,  stando in casa, andando per via/ coricandovi, alzandovi.

La memoria è scomoda. Comporta una assunzione di responsabilità.
Levi, sopravvissuto ai lager nazisti, nel suo libro I sommersi e i salvati mette in guardia dal fare della memoria un semplice ricordo. Egli,chimico di professione, diviene scrittore per necessità. La necessità e l’urgenza di testimoniare perché non accada più  ciò che è accaduto.
Se è accaduto, afferma Levi, può accadere ancora. Si può ripeter in forme diverse.
Certamente sarà difficile che si verifichino simultaneamente tutti i  fattori che hanno scatenato  la follia nazista, ma ci sono segni precursori che bisogna imparare a cogliere: la violenza,la paura del diverso, dello straniero, il razzismo.
Quando sorge un nuovo  istrione,  un incantatore , un trascinatore di folle, che teorizza questi fattori, li legalizza e dichiara la violenza necessaria, tutto quel che è accaduto si può ripetere.
Noi sappiamo che è  già accaduto in Argentina, nell’ex Iugoslavia, in Burundi, in Ruanda.

Allora ecco il ruolo della cultura, degli intellettuali. La cultura deve essere la sentinella che nel buio della notte discerne i segnali di una follia collettiva e accende la fiaccola dello spirito critico, dello studio, della riflessione, del confronto razionale. Certamente il letterato deve basare il suo agire nella società sull’etica  dell’accoglienza, dell’inclusione, su valori universali come la pace, la non violenza , sul valore della diversità.
di Rosa Randazzo

domenica 25 dicembre 2016

Natale al Centro…dei ricordi

Pubblico delle grandi serate al Centro Sociale Anziani di Cetraro in occasione del rituale scambio di auguri che si è tenuto giorno 22 dicembre. Tema della serata canti, immagini, animazione sull’onda dei ricordi.
La serata è cominciata con un momento di intensa commozione, quando il presidente Fausto Gallo ha ricordato il compianto Mario Antonuccio cui tanto stavano a cuore la serata ed il Centro.
Fausto Gallo nel dare il benvenuto a tutti i presenti ha ricordato quanto il Centro ha realizzato nel corso dell’ultimo anno: i pellegrinaggi a Cascia e a San Giovanni Rotondo, la gita sul basso Pollino, la serata dedicata al Ventennale de Il Sipario, la quinta edizione del Caffè letterario, la preparazione del mercatino solidale in occasione dell’anno giubilare che papa Francesco ha voluto dedicare alla misericordia del Padre celeste, fino alla serata appunto Natale al Centro…dei ricordi.
Vogliamo valorizzare le competenze e le attitudini dei nostri associati, ha detto il presidente, senza la presunzione di voler competere con altre associazioni. Intendiamo coinvolgere tutti gli associati promuovendo le attività più varie. Avviare un corso di ricamo, portare a termine il corso di taglio e cucito, organizzare uscite con mete vicine, per coinvolgere i più anziani, proporre la lettura di testi che suscitino l’interesse di tutti e, perché no, corsi di recitazione ed altro che dobbiamo inventarci.
Il presidente ha ricordato poi il servizio offerto a uomini di tutte le età che ogni pomeriggio si ritrovano al Centro per una partita a Tresette. Ha concluso il suo intervento ringraziando quanti si sono  prodigati per la riuscita della rituale serata di auguri. Nino Parise, che ha allestito le luci, i protagonisti della serata egregiamente guidati da Rudy Angilica, Pina Laino, Sarina Matta, Pina Mazzeo, Mario Volati che con le loro performance hanno commosso e coinvolto i presenti. La chitarra di Roberto Guaglianone ed il mandolino di Vincenzo Tripicchio, nu viecchiu pruvessuri i mandulinu, come lo ha definito Fausto Gallo, hanno accompagnato i vecchi canti e le nenie e fatto da sottofondo alla recitazione delle poesie sul Natale che Pina Laino ha ripreso dai quaderni dei suoi alunni. Poesie che sanno di calore familiare, di cose piccole, umili, di cibi poveri ma che danno calore e rallegrano il cuore.
Quanno nascette Ninno di  Sant'Alfonso Maria de' Liguori,  cantato da Pina Laino, Sarina Matta e Pina Mazzeo ha ricreato magicamente l’atmosfera natalizia pre- consumismo o, come ha detto papa Francesco, al Natale prima che il Natale fosse preso in ostaggio dalla mondanità.
La lettura di un articolo di Ciro Cosenza da parte di Rudy ha ricordato a tutti le tradizioni natalizie cetraresi, alcune scomparse, altre trasformate, alcune sopravvissute. A divuzioni‘i Santu Bomminu, la messa di Natale che a San Benedetto cominciava alle cinque del mattino, il suono dei  tamburelli che all’improvviso rompevano il silenzio della notte,  a nuttata dei giovani del paese…
Esilaranti, ma nello stesso tempo profonde e commoventi le scene di Natale in casa Cupiello che hanno fatto da contrappunto alle performance.
Momenti di vera commozione hanno suscitato le poesie di Mario Volati e soprattutto il ricordo di un Natale trascorso nel lontano e freddo Canada insieme al papà del nostro chitarrista Roberto. Il Natale triste e nostalgico di chi è lontano dalla propria terra.
Non sono mancate riflessioni sul senso vero della festa che ha visto il Signore condividere la nostra natura umana, sulle sue origini e trasformazioni.
Il tutto “tessuto” dall’abile regia di Rudy Angilica.
Un ricco e saporito buffet preparato dalle socie del centro, ha concluso la serata.


Rosa Randazzo