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giovedì 16 luglio 2015

Il malcapitato

Interrogato dal commissario e dal questore, l’uomo della Volvo, che si era spontaneamente recato al posto di polizia per testimoniare, viene trattenuto in carcere in attesa che si faccia chiarezza sull’omicidio del capostazione di Monterosso.
Un treno fermo  a poche centinaia di metri dalla stazione. Un semaforo che rimane rosso per oltre mezz’ora. Il capotreno chiede all’uomo della Volvo, che si trova a passare per caso, di recarsi alla vicina stazione per verificare le ragioni dell’inspiegabile prolungarsi del semaforo rosso.
L’uomo della Volvo riferisce al presunto capostazione quanto gli era stato chiesto dal capotreno e riprende la sua corsa verso casa per un’altra strada. Tutto qui.
Quando finalmente la sua posizione viene definitivamente chiarita, l’uomo della Volvo esce dal carcere ed incontra padre Cricco, un volto noto. Ha un attimo di esitazione. Quel volto è quello del presunto capostazione. Dunque il vero assassino è il prete. Vorrebbe tornare indietro per smascherare padre Cricco. Ci ripensa e preferisce tacere per non rimettersi nei guai.
Questo episodio fa parte della trama narrativa del romanzo Una storia semplice di Leonardo Sciascia in cui l’autore manifesta tutta la sua amarezza per i tanti buchi della Giustizia e per le inadeguatezze dello Stato, che spesso inducono i cittadini a scegliere la via del disimpegno.
Il quadro che l’autore fornisce sulla funzionalità degli apparati statali in Sicilia è allarmante: il commissario è coinvolto con le cosche mafiose, il procuratore della Repubblica è un perfetto idiota, padre Cricco è un assassino.
Al professor Franzò, alter ego di Sciascia, non rimane che pronunciare questa amara considerazione: in Sicilia non è la speranza l’ultima a morire, ma è il morire l’ultima speranza.


Gaetano Bencivinni

domenica 12 luglio 2015

Un magistrato corrotto

Legalità, giustizia, regole processuali, danno sostanziale. Su questi temi lo scrittore Gianrico Carofiglio costruisce la narrazione del romanzo La regola dell’equilibrio, che ha come protagonista Pierluigi Larocca, un magistrato ambizioso, abituato a primeggiare, che elabora una bizzarra teoria secondo cui la violazione delle regole non si può configurare come reato se non c’è danno sostanziale.
Divenuto magistrato all’età di ventiquattro anni, Larocca accumula però progressivamente, nel corso della sua attività di Presidente del Tribunale del riesame, una rabbia nascosta dovuta al fatto che non accetta che professionisti mediocri siano riusciti a guadagnare molto di più di quanto abitualmente guadagna un magistrato. Da qui nasce la sua strana teoria, che lo spinge ad accettare regali da parte di avvocati mediocri, che aiuta nella difesa dei clienti da lui ritenuti innocenti.
Larocca rispetta le regole di procedura, non fa nessuna forzatura illegittima, si limita semplicemente a garantire la corretta formalizzazione delle procedure e proprio per questo si considera al di fuori di ogni possibile accusa di corruzione.
Le sue vicende precipitano nel momento in cui il pentito Capodacqua lo accusa di corruzione  e Larocca dà mandato per la sua difesa al noto avvocato Guido Guerrieri, protagonista dei romanzi di Carofiglio.
Il romanzo ruota intorno a questa questione cruciale che riguarda l’amministrazione della giustizia e la correttezza o meno della magistratura.
Larocca, brillante oratore, si fa apprezzare per la sua straordinaria conoscenza del diritto al punto da essere considerato un vero e proprio pozzo di scienza. Nel suo mirino finiscono i falsi moralisti, che si permettono di giudicare e di guardare dall’alto in basso chi, come lui, viola le regole senza però produrre danno sostanziale ad altri.
La verità è che, nel giro di pochi anni, questa sua bizzarra teoria gli consente di farsi un conto in Svizzera particolarmente robusto e tale da soddisfare le sue ambizioni di ricchezza.
Mentire a se stesso significa perdere di vista la verità.
Quando Guerrieri, grazie alla preziosa collaborazione dell’investigatrice privata Annapaola, scopre le magagne del suo assistito, non esita a rinunciare al mandato, perché considera immorale contribuire a far assolvere un magistrato corrotto.
Annapaola, personaggio femminile interessante, richiama Lisbeth Salander, straordinaria protagonista della trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson.


Gaetano Bencivinni 

venerdì 10 luglio 2015

La festa di Clarissa

La morte è una sfida. La morte è un tentativo di comunicazione, poiché gli uomini avvertono l’impossibilità di raggiungere quella mistica meta che sentono sfuggire. Ciò che è vicino si allontana. L’estasi svanisce e si rimane soli.
Un giovane si era ucciso. Si era buttato dalla finestra. Aveva fatto la guerra. Le voci del suo amico, morto nella Grande guerra, risuonano nella sua mente malata.
Le vicende del folle Septimus e della moglie Lucrezia si intrecciano con la storia sentimentale di Peter Walsh e di Clarissa Dalloway, protagonisti del romanzo La signora Dalloway della scrittrice inglese Virginia Woolf.
Amore e morte, conversione e filantropia, ipocrisia e snobismo, emigrazione e Grande guerra sono gli ingredienti della struttura narrativa del romanzo, che trasporta il lettore nella società salottiera londinese dove l’aristocratica Clarissa organizza una grande festa a cui parteciperà persino il primo ministro.
Clarissa donna amante del successo, immersa nelle apparenze del trionfo, ha condiviso la sua giovinezza con Peter, ma ha sposato il potente politico Richard, che le consente di condurre una vita sfarzosa, di dare grandi feste, di coltivare rapporti con la crema sociale londinese.
Peter, innamorato di Clarissa, emigra deluso in India e lì conduce una vita originale, ma fallimentare e senza prospettive.
La scrittrice racconta le vicende con un linguaggio colto, raffinato e ricco di significati simbolici. Un romanzo profondo, che richiede particolare attenzione e che va letto con grande spirito di meditazione.
La pazzia di Septimus, la frivolezza della società londinese, la morte e la vita gioiosa si incontrano ed entrano in conflitto.  Tutto si ritrova nella festa di Clarissa dove c’è posto anche per Peter, rientrato dopo circa un ventennio dall’India, che così ha modo di contemplare la sua Clarissa, di cui è ancora profondamente innamorato.


Gaetano Bencivinni

sabato 4 luglio 2015

Il sottosuolo sociale

Colori di luoghi selvaggi, dolori di contadini, anneriti dal sole. Ignoranza e malaria, superstizione e malocchio. Storie di streghe, di folletti, di briganti.
Il romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi trasforma la Lucania in simbolo del sottosuolo sociale dell’Italia fascista, stretta tra i conflitti mondiali, svilita dall’emigrazione, alle prese con la questione meridionale e la riforma agraria.
Lo scrittore piemontese descrive con crudezza e realismo il mondo contadino, immobile, fuori dalla storia della civiltà, totalmente immerso nel fatalismo e nella rassegnazione.
Umili, miserabili, vinti ed emarginati finiscono spesso nelle pagine di grandi scrittori come Manzoni, Hugo, Verga, Levi.
Il sottosuolo sociale è la faccia oscura del progresso, l’inferno dei viventi, che marciscono nelle stive di barconi, che soffrono nei ghetti urbani, che subiscono i fulmini della maledizione di Caino.
Sull’ignoranza e sulla miseria, sulle tenebrose caverne del male e sul sottosuolo sociale lo scrittore francese Victor Hugo scrive pagine memorabili nel suo monumentale romanzo I miserabili.


Gaetano Bencivinni

martedì 30 giugno 2015

Un cretino

Non mi piace. Questa lettera non mi piace. Una lettera anonima, che il postino di un piccolo centro siciliano consegna al farmacista Manno, che da lì a poco, insieme al medico Roscio, sarà assassinato, in una battuta di caccia.
Inizia così il breve romanzo A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, che ha come protagonista il professor Laurana, un ingenuo intellettuale di provincia, finito in una zolfara, assassinato da un sicario del notabile Rosello, per essersi impicciato di fatti che non lo riguardavano direttamente.
Con uno stile asciutto, efficace ed essenziale l’autore offre al lettore uno spaccato significativo della Sicilia degli anni Sessanta.
Una nave corsara, la Sicilia dell’epoca, destinata, come afferma il pazzo don Benito, a naufragare con il suo Gattopardo, con i colori di Guttuso, con gli scrittori, con i pezzi da novanta, con le arance e con i cadaveri nella stiva.
Il romanzo ha il merito di mantenere viva l’attenzione del lettore, avvinto dal fascino del giallo, arricchito da profonde riflessioni su tematiche particolarmente coinvolgenti ed interessanti.
Il protagonista è il simbolo del cittadino onesto che in Sicilia ha l’ambizione di occuparsi di quello che avviene intorno a sé, pur sapendo che certe verità scottanti è preferibile evitarle.
A proposito di Laurana, a conclusione del romanzo, don Luigi, personaggio minore, liquida il caso con l’espressione: era un cretino. Una espressione significativa che rivela la mentalità di ambienti, fortemente impregnati di cultura mafiosa, in cui l’imperativo categorico è quello di farsi i fatti propri.
C’è pessimismo. C’è il fallimento della ragione. C’è la sconfitta della Giustizia. C’è il trionfo del notabile Rosello, amico del deputato Avello e del delinquente Rafanà.


Gaetano Bencivinni

venerdì 8 maggio 2015

Il mare color del vino

Tra intrighi ed amori, tra viaggi ed avventure, tra geniali astuzie e dardi di vendetta si svolgono le vicende dell’eroe greco Ulisse, personaggio di spicco dell’Iliade e protagonista dell’Odissea, poemi epici del poeta Omero.
Un personaggio affascinante, dal multiforme ingegno, brillante oratore e straordinario arciere, sospinto oltre le colonne d’Ercole dal bisogno inarrestabile di scoprire la verità e di misurarsi con l’ignoto.
La storia romanzata dello scrittore Giovanni Nucci Ulisse. Il mare color del vino ricostruisce le tappe più significative della straordinaria vita dell’eroe greco, simbolo dell’intelligenza, della curiosità, della voglia di vivere secondo virtute e conoscenza.
Tra miti e leggende, tra episodi bellici e viaggi rischiosi in terre lontane si svolge la vita di un eroe moderno, che continua a trasmettere ancora oggi una forte emozione ed un fascino, destinati a suscitare nel lettore slanci positivi verso il superamento della banale quotidianità, dell’immobilismo esistenziale, del riflusso in una piatta mediocrità.
Nucci sottolinea i tratti distintivi del personaggio, astuto e spregiudicato, particolarmente abile nel recitare la parte del matto.
Nel narrato di Nucci c’è tutto. La maga Circe, la ninfa Calipso, la bella Nausica e la fedele Penelope con la sua area furbetta, che ha stregato l’eroe greco al punto da considerarla l’unica vera abitante del suo cuore.
La storia romanzata illustra i principali episodi di cui l’eroe greco è stato protagonista. La guerra di Troia, il furto del Palladio, il cavallo di Troia, la grotta di Polifemo, Scilla e Cariddi e tanti altri episodi ormai divenuti ingredienti essenziali della cultura contemporanea.
Con un linguaggio semplice, chiaro, sottilmente ironico, Nucci ravviva le reminiscenze liceali del lettore, che ha così modo di rivisitare pezzi significativi della cultura classica.


Gaetano Bencivinni

giovedì 7 maggio 2015

Uno scrittore coinvolgente, Dostoevskij

Fedor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 1821,secondogenito di  un medico militare discendente da un’antica  famiglia nobiliare lituana, la madre proviene  da una famiglia di mercanti moscoviti: abitano nell’ospedale  per poveri, dove il padre svolge la sua professione. Il piccolo Fedor cresce nell’atmosfera cupa dell’ospedale e gia’ da allora deve confrontarsi con quelle immagini di spietata miseria che poi avrebbero svolto un ruolo importante nella maggior parte dei suoi racconti e romanzi. Dostoevskij ( alla pari di altri classici ) continua a presentarsi  al lettore moderno con quella capacita’di coinvolgimento (infatti io sto scrivendo questi appunti, perche’ mi sento molto coinvolta ), che e’ propria dei migliori contemporanei : la sua opera infatti  investe una problematica morale sempre viva e direttamente legata al dramma ideologico del nostro tempo. A cio’ contribuisce, certamente, anche la sconcertante e affascinante contraddittorieta’ della sua figura di uomo e scrittore, variamente riflessa nei lavori dei suoi molti critici e biografi. L’immagine piu’ verificata resta quella di un Dostoevskij come punto fermo della storia letteraria col quale i maggiori scrittori venuti dopo di lui hanno dovuto fare i conti: Nietzsche lo considerava il solo che gli avesse insegnato qualcosa, Kafka si rivela  (nei diari e nelle lettere) come un suo appassionato lettore, Thomas Mann, Stefan Zweig, Andre’ Gide, Albert Camus e altri gli hanno dedicato saggi e riflessioni. Capostipite della critica dostoevskijana fu Vissarion Belinskij (1811-1848 ), che, subito dopo l’apparizione di  “Povera gente”, dichiaro’ al poeta Nekrasov: “Un simile capolavoro puo’ essere scritto, a 25 anni, solo da un genio, che con la  forza della comprensione ha percepito in un attimo quel che un uomo   normale raggiunge con l’esperienza di molti anni”.                                           
Marietta Gallo